Aggregatori umani

Cara Radio Sangano.

Chiusi in casa dovremmo riflettere più facilmente eppure al lavoro godo di maggiore concentrazione. L’obbligo di non essere inter-connesso con tutti quegli amici che possiedo nei miei social, mi permette di liberare la mente.

In questi giorni a casa mi sono stressato. Centomila lezioni on line, letture, ascolti, partecipazione a brindisi virtuali, video chiamate insistenti anche mentre sei seduto sul “trono”, chiamate da persone che non sentivi da anni (un motivo c’è) e che ora improvvisamente devono inserirti in tutto il loro attivismo on line, centinaia di messaggi di cazzate, cuori, link, ti voglio bene, barzellette, opinioni e cento miliardi di cose interessanti che non ti devi perdere. Perchè questo bisogno di continuare a fare virtualmente qualcosa che facevamo fisicamente? Per voi è normale?

Per questo ho deciso di staccare il cellulare. Mi è sembrato il modo più facile per offrire a questo tempo forzato una giusta dose di spazio. Non ho bisogno delle vostre catene, di quelle foto con le scritte che girate a tutti per dire “ci sono”.  Siamo diventati condivisioni umane di niente, di aforismi sbagliati che restano là come belle bandiere prima di essere sostituite da una frasetta nuova. Clicca qua e clicca là. Condividi, leggi il titolo e cerca altro. Basta. Mi avete rotto, non vi sopporto più.

Voglio il mio spazio, guardare alla finestra per perdermi in quel tempo rallentato che mi serve perchè voglio riflettere, respirare profondamente e farmi le mie idee. Non ho bisogno del vostro aggregatore. Mi basta il mio.

Ultima riflessione. Ho letto qui e là che questa esperienza migliorerà le persone. Fatevi un giro su internet, sui vostri amati social e cambiate qualcosa se volete che il vostro mantra funzioni.

Buona fortuna.

A.

 

Basta acqua tiepida

Spesso mi trovo a riflettere sulla libertà perchè mi sembra che non ce ne sia più tanta. Considerato che posso scrivere gratuitamente in uno spazio gratuito, non dovrei pensare questo, ma poi capitano delle cose, situazioni, fatti che mi fanno ricredere.

La libertà è di poter essere e fare quello che sentiamo (nei limiti di un’etica e di una moralità): una meta difficile da conquistare. Oggi viviamo un paradosso complesso che ci ha condizionato al punto da farci divenire prigionieri di noi stessi nel timore di esprimere il nostro pensiero reale per un quieto vivere fatto di sommosse interiori e di bisbigliate critiche accorate. Sviluppiamo quindi una modalità stand by di pensieri e di opinioni che alla fine diventano la nostra vera identità.

Ho sempre temuto i social perchè mi ricordano la folla di Erode che, a discapito delle previsioni, aveva salvato Barabba. Anche allora gli exit poll non erano precisi oppure anche allora erano manipolati? Finchè non troveremo la forza di uscire dall’acqua tiepida per accorgerci che era una insipida brodaglia, come potremmo assaporare i venti freschi e puliti del cambiamento?

“Il libero pensiero ce l’abbiamo. Adesso ci vorrebbe il pensiero.” (*)

Giuseppina Bruno

(*) Karl Kraus (giornalista, saggista austriaco 1874-1936)

Il bullo occulto

Le menti creative riescono a sopravvivere anche ai peggiori sistemi educativi.
(Anna Freud)

Omettiamo dati sensibili perchè si tratta di minorenni.

R. è una ragazzina malata che va e viene dall’ospedale e frequenta la scuola. I ragazzini, si sa, possono essere crudeli. R. lo sa, spesso subisce bullismo nei commenti e negli atteggiamenti e gli insegnanti, giustamente, prendono provvedimenti severi, che siano di esempio per tutti.

Tuttavia, il bullo (o la bulla) che è figlio di “alcune” persone, non può essere punito perchè troppo frequentemente la punizione non è per il ragazzo ma per estensione morale e sociale, ricade sull’intera famiglia.

Molto probabilmente questi bulli occulti rientreranno nei loro atteggiamenti durante la crescita, questa è la nostra speranza. Tuttavia l’atteggiamento errato da parte degli insegnanti crea un modo sbagliato di pensare che diventerà un modo sbagliato di agire o subire, nei confronti di tutti i ragazzi coinvolti.

Si chiama “mafia relazionale” e non si basa su nessuna organizzazione visibile o materiale. E’ un comportamento reiterato e giustificato dalla presunzione e dal pregiudizio, che va sempre denunciato senza paura e con coraggio.
Giuseppina Bruno